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Premessa - Alfred

Chiara Pasetti

    « Alfred è morto lunedì sera a mezzanotte ».
    Sulla morte di Alfred Le Poittevin, avvenuta il 3 aprile 1848, e sui giorni che seguirono, si conosceva solamente la lunga lettera di Flaubert a Maxime Du Camp. Vale la pena, prima di leggere questo testo dedicato all’amico più caro degli anni della giovinezza, al « più filosofo », di leggere alcuni passi di questa lettera commovente, che resta fra le pagine più belle, poetiche e toccanti di tutta la Correspondance.

 
 

    Alfred è morto lunedì sera a mezzanotte. […] L’ho vegliato per due notti (l’ultima tutta intera), l’ho avvolto nel suo lenzuolo, e gli ho dato il bacio di addio e ho visto saldare la sua bara. Ho passato due giorni… larghi. Vegliandolo leggevo Les Religions de l’antiquité di Creuzer. La finestra era aperta, la notte superba, si sentivano i canti dei galli e una farfalla notturna volteggiava intorno alle candele. Non dimenticherò mai tutto questo, né l’atmosfera, né il suo volto, né, la prima sera [a mezzanotte], il suono remoto di un corno da caccia che mi è giunto attraverso il bosco.
    Il mercoledì sono andato a passeggiare tutto il pomeriggio con una cagna che mi aveva seguito senza che io la chiamassi (questa cagna l’aveva preso in affezione e l’accompagnava sempre quando passeggiava da solo. La notte che ha preceduto la sua morte ha urlato orribilmente senza che si potesse farla tacere). […] L’ultima notte ho letto le Foglie d’autunno. M’imbattevo sempre sui testi che egli amava di più.
    […] Quando si è fatto giorno, alle 4, […] l’ho sollevato, girato e avvolto. L’impressione delle sue membra fredde e rigide mi è rimasta tutto il giorno sulla punta delle dita. Era orribilmente putrefatto, le lenzuola erano state attraversate. – Gli abbiamo messo due sudari. Quando è stato arrangiato così sembrava una mummia egiziana chiusa nelle sue bende e ho provato non so più quale enorme sentimento di gioia e di libertà per lui. La nebbia era bianca e dentro di essa si cominciavano a distinguere i boschi. I due ceri brillavano in questo biancore nascente […]. Lo si è portato a spalla al cimitero. […] Stando dietro, vedevo la bara oscillare con il movimento di una barca che si muove al rollio delle onde.
    […] Ecco, vecchio mio, ciò che ho vissuto da martedì sera. Ho avuto percezioni inaudite e dei sommovimenti di idee intraducibili. Un mucchio di cose mi sono tornate con dei cori musicali e degli sbuffi di profumo.
    Fino al momento in cui gli è stato impossibile fare alcunché, leggeva Spinoza fino all’1 del mattino, tutte le sere nel suo letto.
    Uno degli ultimi giorni, la finestra era aperta e il sole entrava nella camera, allora ha detto : chiudetela. È troppo bello, è troppo bello –.[1]

 

    Questa lettera è di quelle che non si dimenticano. Flaubert vi è racchiuso interamente, nella sua singolare mescolanza di oggettività iperrealista e di lirismo, di intimo trasalimento. Esprime chiaramente il senso di quella grande amicizia, e la sofferenza profonda con cui dovette rassegnarsi a dire addio al suo più caro amico ricorda, nel tono e nell’atmosfera, la dolcezza e la poesia che si respirano nell’ultima parte di Madame Bovary, dopo la lunga agonia e la morte di Emma.[2]
    Significativo è l’accenno, nella lettera a Du Camp, a letture che si rimandano l’eco : Alfred leggeva Spinoza sul letto di morte, Flaubert al suo capezzale legge Les Réligions de l’Antiquité di Creuzer e Les Feuilles d’automne di Hugo.[3] è una morte non cristiana, ma religiosa, filosofica, e poetica. La nobile semplicità del racconto serve a evocare una figura stoica, degna dei modelli antichi, ma un fremito romantico permea queste pagine, aperte su un paesaggio in totale empatia con il lutto.
    Per Maxime, rimasto a Parigi, Flaubert scrive dunque un racconto completo, circostanziato, in cui senza mai sconfinare nel patetico analizza sobriamente sensazioni (il freddo del cadavere) e sentimenti (« enorme sentimenti di gioia e di libertà per lui »).
    Questa lettera bastava a se stessa ; non si pensava potesse esistere un’altra versione di questo lutto. ecco invece che viene alla luce un testo intimo, scritto all’indomani della lettera a Du Camp, e continuato due giorni dopo. Lo stupore sarebbe stato inferiore se fossero state delle note prese “sul campo”, durante le due notti di veglia funebre, o una copia della lettera a Du Camp, come se il destinatario avesse voluto conservarne una traccia. Ma al posto di tutto ciò, Flaubert ha preferito fissare in un testo scritto per sé ciò che aveva già raccontato all’amico.
    Vuole forse cogliere meglio le « percezioni inaudite » e tradurre le « idee intraducibili » di cui parla nella lettera ? Vuole fare, dentro di sé e per sé, un lavoro di elaborazione del lutto, altrimenti impossibile ?
    Queste note, infatti, raccontano sì le stesse cose scritte nella lettera, ma in un modo diverso. Esse restituiscono in maggior misura la sensazione del tempo vissuto, proprio in quanto il racconto segue da vicino lo svolgimento cronologico, con la volontà manifesta di non omettere nulla.
    Lo stile telegrafico e l’attenzione ai dettagli, che possono apparire talvolta insignificanti, o carichi di un senso che sfugge al lettore, accentuano la secchezza dell’osservazione, talvolta quasi brutale.
    La natura circostante, semplicemente nominata, sembra a prima vista estranea : « fumo – stelle – dormo male » ; « due corvi hanno gracchiato» ; « nebbia del mattino – i boschi – gli uccelli ».
    Compare in questo testo quel « grottesco triste »[4] che tante volte lo scrittore ha rappresentato nelle sue opere, convinto che esso sia presente in ogni azione e situazione umana, che sia « eterno quanto l’umanità stessa », così come la stupidità : il « sorriso sciocco » di M.me Renard che gli fa l’occhiolino, gli scherzi tra l’infermiera e il domestico davanti al morto che sta per essere chiuso nella bara, le discussioni sulla politica e sui banchieri, l’« effetto grottesco della voce del bambino del coro ».[5]
    Inoltre, attraverso un continuo lavoro di oggettivazione, Flaubert sembra voler tenere a distanza l’amico che, dopo il titolo, non viene più nominato, ma per il quale ormai utilizza soltanto i pronomi della terza persona, il, le, lui.
    Per colmo d’ironia, quando compare (per l’unica volta) il suo nome, esso designa la sua vedova, « M.me Alfred ». Viene in mente la riflessione di Rodolphe indirizzata a Emma Bovary : « Madame Bovary !… Sì, tutti vi chiamano così… Ma non è il vostro nome, è il nome di un altro. »[6] Qui, Alfred è diventato il nome di un’altra : strana alienazione provocata dal matrimonio...
    In realtà, l’apparente indifferenza nasconde una grande emozione e una profonda sofferenza. È dunque per conservarne  per sempre la memoria che Flaubert scrive queste pagine destinate unicamente a se stesso, in cui dice ciò che a Maxime non aveva avuto il coraggio di dire (o, meglio, non aveva voluto dire). Nella lettera a Du Camp si legge : « Gli ho dato il bacio di addio ». E qui : « L’ho baciato dal lato sinistro, sulla tempia, e naturalmente prima mi ero tormentato in mille modi nell’ansia di sapere se sarei stato capace di farlo. » è come se nessuno dovesse conoscere ciò che questo gesto, apparentemente dovuto, era costato all’autore.
    Una delle chiavi di lettura, che emerge forse non subito, è svelata sul finire, al momento della cerimonia funebre : « la fiamma di un candelabro tremolava contro una vetrata – la sua anima ? era da martedì che la cercavo nelle stelle, negli uccelli. »
    E si comprende così ciò che forse era inizialmente sfuggito, a causa dello stile spezzato e del tono freddo : le stelle e gli uccelli, semplicemente nominati come elementi del paesaggio, in realtà a questo panteista lettore di Spinoza [7] parlavano dell’anima di Alfred.
    Il duplice registro – secchezza esteriore ed emozione trattenuta – è così espresso da Flaubert : « non ho potuto impedire a me stesso di avvicinarmi al bordo della fossa e di restarci – Un’amarezza arida – non potevo piangere – Avevo dei singhiozzi nello stomaco ».
    La morte di Alfred, inoltre, riporta in superficie il dolore delle due morti che la precedono, quella del padre e della sorella, avvenute nel 1846, due anni prima. Questi lutti ravvicinati saranno per lui crudelmente rivelatori di tanti sentimenti già descritti nelle opere precedenti ; d’ora in poi la morte sarà trattata con un tono di ancor maggiore ribellione e orrore, di rabbia per la sua intrinseca crudeltà e assurdità, e al contempo anche più composto e più profondo.
    In realtà Flaubert non sembra stupito quando la madre gli porta la notizia : sapeva che l’amico era condannato da molto tempo a una morte prematura (aveva appena trentun anni). Secondo Du Camp, che nei suoi Souvenirs Littéraires ne parla a lungo, Alfred sarebbe morto d’una malattia di cuore, ma senza dubbio la sifilide e un consumo smodato di alcolici fecero la loro parte. Inoltre il fatto che Flaubert non manifesti alcuna sorpresa si spiega anche attraverso un’altra certezza, più forte ancora della malattia implacabile : Alfred, per Gustave, è già morto, e il decesso simbolico ha avuto luogo quando ha deciso di sposarsi, ossia due anni prima. Il matrimonio dell’amico era stato vissuto dallo scrittore come un vero e proprio tradimento, come racconta egli stesso molti anni dopo alla sorella di Alfred, Laure Le Poittevin, divenuta nel frattempo la madre di Guy de Maup assant.[8] Prima dunque di averlo perso fisicamente, lo aveva già perso simbolicamente, e dal momento che, come scrive, Alfred era stata la persona al mondo che aveva amato di più, ben si comprendono gelosia e dolore per quel matrimonio. Aveva cercato di manifestargli il suo timore di perderlo, di spezzare quegli « arcana di idee e di sentimenti inaccessibili al resto del mondo »,[9] ma non v’era riuscito.
    Dopo la cerimonia funebre e la sepoltura, però, quando dalle confidenze di Boivin apprende che Alfred il giorno del suo matrimonio era triste, e avrebbe addirittura voluto romperlo, forse si sente riconciliato con quello spirito a lui così affine, la sua vera e perduta anima gemella.
    E in effetti, a un’attenta lettura, in questo testo Flaubert utilizza la veglia funebre e la sepoltura per recuperare Alfred, per riappropriarsene (tra l’altro, non nomina che en passant la vedova, e per nulla il figlio, di appena undici mesi, il padre è assente e la madre è nominata solo alla fine). Quasi che questa lunga cerimonia riguardi soltanto lui e il suo amico, che finalmente torna ad appartenergli, che finalmente torna, non con il corpo ma attraverso lo spirito, a comunicare con lui, grazie soprattutto alle letture e alla scrittura, alla poesia di Hugo e alla prosa di Le Poittevin, di cui Flaubert recita una frase a memoria.
    E la maggior parte delle letture ricordate – Spinoza, sant’Agostino, Creuzer – faranno parte di quella « biblioteca fantastica » (M. Foucault) da cui scaturirà La Tentazione di sant’Antonio (la prima versione è del 1849, concepita quando Alfred era ancora in vita). A Le Poittevin Flaubert aveva già dedicato anni prima le sue Agonie, le Memorie di un pazzo e I Funerali del Dottor Mathurin ; la terza versione della Tentazione di sant’Antonio del 1874 (scritta dunque, moltissimi anni dopo la morte di Alfred) sarà ancora una volta dedicata a lui, e questa dedica, per come si presenta, evoca una vera e propria targa commemorativa :

 
 

ALLA
MEMORIA
DEL MIO AMICO
ALFRED LE POITTEVIN
DECEDUTO A
LA NEUVILLE CHANT-D’OISEL
IL 3 APRILE 1848

 

    Se la Tentazione è « l’opera di tutta una vita »,[10]  Alfred è stato dunque l’amico di tutta una vita.
    Le parole scritte a Du Camp  completano, talvolta omettono, talvolta combaciano con quelle del testo intimo dedicato ad Alfred ; le poche righe che seguono, scritte da Flaubert a un’altra corrispondente, molti anni dopo la morte di Alfred, ci dicono qualcosa in più, e qualcosa di molto speciale :

 
 

    Ho perduto dieci anni fa l’uomo che più ho amato al mondo, Alfred Le Poittevin. Nella sua ultima malattia, passava le notti a leggere Spinoza.
    Non ho mai conosciuto nessuno (e conosco molti) con uno spirito così trascendentale come questo amico di cui vi parlo. Passavamo talvolta sei ore di seguito a parlare di metafisica. Siamo stati alti qualche volta, ve lo assicuro. Dopo che è morto non parlo più con chicchessia, chiacchiero o taccio. Ah! Che necropoli è il cuore umano! Perché andare nei cimiteri? Apriamo i nostri ricordi, quante tombe… ! [11]




[1]. A Maxime Du Camp, 7 aprile 1848. In G. Flaubert, L’opera e il suo doppio, a cura e traduzione di F. Rella, Fazi Editore, pp. 65-66-67. [N.d.T.]
[2]. Questa parte inizia con una riflessione dolorosa sul senso di distacco connesso alla morte : « Sempre, dopo un decesso, sopravviene uno stato di stupore, tanto è difficile capire il sopraggiungere del nulla e rassegnarsi ad accettarlo » (Madame Bovary, cit., p. 857) [N.d.T.].
[3]. Raccolta di poesie di Victor Hugo. Si veda anche la nota 19 di Alfred [N.d.T.].
[4]. « Per me il grottesco triste ha un fascino inaudito. Corrisponde ai bisogni intimi della mia natura buffonescamente amara. Non mi fa ridere ma lungamente fantasticare. Lo colgo ovunque si trova e siccome lo porto dentro di me come tutti, ecco perché mi piace analizzarlo. è uno studio che mi diverte. » A Louise Colet, 21-22 agosto 1846. [N.d.T.].
[5]. La situazione del funerale è sempre stata carica, per l’autore, di scene grottesche, nel senso tutto flaubertiano di « grottesco triste ». Il 14 giugno 1853, dopo aver partecipato al funerale della moglie di un medico suo conoscente, scriverà alla Colet : « Tu parli di grottesco ; io ne sono stato oppresso al funerale di M.me Pouchet. Decisamente il buon Dio è romantico, mescola continuamente i due generi [grottesco e patetico]. […] Il grottesco mi assordava le orecchie e il patetico si torceva in convulsioni davanti ai miei occhi. » [N.d.T.].
[6]Madame Bovary, cit., p. 676.
[7]. è certo che fu sotto la guida e l’influenza dell’amico che Flaubert si accostò all’opera del filosofo di Amsterdam. Sulla filosofia di Alfred Le Poittevin, cfr. J. Bruneau, Les Débuts littéraires, cit., pp. 447-448. Secondo Bruneau, « il panteismo di Flaubert […] è personale, il risultato di esperienze vissute, che Flaubert ha in seguito sistematizzato », e sembra anteriore, in effetti, alla lettura del filosofo olandese (ibid., p. 452). Il debito di Flaubert nei riguardi di Spinoza è, secondo Bruneau, « di ordine filosofico e morale, piuttosto che propriamente metafisico ». Sull’argomento, e sulla filosofia e l’estetica di Flaubert nel suo insieme, si veda anche S. Cigada, Il pensiero estetico di Gustave Flaubert, in « Contributi dell’Istituto di Filologia M oderna », Vita e Pensiero, Milano 1964, in particolare le pp. 192-197. [N.d.T.].
[8]. Si veda la lettera a Laure de Maupassant, 8 dicembre 1862.
[9]. Ad Alfred Le Poittevin, 31 maggio 1846.
[10]. A Mademoiselle Leroyer de Chantepie, 5 giugno 1872 [N.d.T.].
[11]. A Mademoiselle Leroyer de Chantepie, 4 novembre 1857, in G. Flaubert, L’opera e il suo doppio, cit., p. 229. [N.d.T.].



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