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Premessa - Il mio povero Bouilhet

Chiara Pasetti

    Vent’anni dopo l’amico fondamentale della giovinezza, Alfred Le Poittevin, Flaubert perde Louis Bouilhet, l’alter ego della maturità.
    I due amici, nati nello stesso anno (1821) erano stati compagni di classe al Collège Royal. Ma il loro sodalizio iniziò quando si rincontrarono nel 1846, l’anno “nero” di Flaubert, ossia dei lutti famigliari (padre e sorella) e del matrimonio di Alfred.
    In un certo senso, si può dire che Bouilhet abbia preso il posto lasciato libero da Le Poittevin, senza comunque mai cancellarne il ricordo.
    È significativo che nelle lettere quest’ultimo sia sempre indicato attraverso il nome, mentre Bouilhet, al contrario, attraverso il cognome. E lo stesso accade, singolarmente, anche nei titoli dei due testi inediti a loro dedicati dopo la morte, qui pubblicati (Alfred, e Il mio povero Bouilhet).
    Per ventitre anni questa coppia di amici, che ricorda per molti aspetti quella, celebre, di Montaigne e La Boétie, non si nascose praticamente nulla né della vita privata di ciascuno, né delle rispettive opere – romanzi da un lato, poesia e teatro dall’altro – che anzi nacquero, si svilupparono e giunsero a compimento sotto lo sguardo critico e al tempo stesso benevolo l’uno dell’altro.
    Questo scambio fertile e continuo trova la sua concretizzazione più evidente nelle dediche incrociate delle rispettive prime opere : Melaenis è dedicata a Gustave Flaubert, Madame Bovary a Louis Bouilhet.
    Alfred era il destinatario confidenziale delle opere giovanili, mai pubblicate [1] ; Bouilhet sarà il destinatario pubblico del capolavoro letterario dell’epoca.
    Ma in Bouilhet Flaubert non trova solo un amico, e un lettore acuto, attento, affettuoso, mai invidioso, onesto e intellettualmente all’altezza del suo talento, ma anche il compagno che gli permette di realizzare il suo vecchio sogno del « doppio leggio »[2] : essi scrivono a due mani alcune trame di lavori teatrali, la pantomima Pierrot au sérail, un’opera burlesca, La Queue de la poire de la boule de Monseigneur, e la “féerie” Le Chateaux des cœurs (quest’ultima insieme a un terzo autore, Charles d’Osmoy).
    Come la morte di Alfred Le Poittevin, anche quella di Bouilhet fa tornare alla mente, rinnovandone il dolore, il ricordo delle morti che la precedono, ma con una differenza da rimarcare, che egli stesso sottolinea : « Sento che sono più debole di vent’anni fa quando morì Alfred, o di ventitre anni fa quando mancarono mio Padre e mia sorella ! Interiormente non ho più disciplina. Mi sento consumato. » Insieme ad Alfred, egli seppelliva la sua “vie de garçon” ; con Bouilhet, inumato vicino alla tomba della famiglia Flaubert, è la propria fine che egli anticipa. E prima ancora della morte biologica, ciò che teme è la morte letteraria, dal momento che è venuto a mancare quell’Altro assoluto che incarnava il suo desiderio di scrivere : « Dico a me stesso : a che pro scrivere ora, dal momento che lui non c’&egra ve; più ! È finita, le sane sfuriate, gli entusiasmi in comune, le opere future sognate insieme. »[3]
    L’usura del tempo (Flaubert ha quarantasette anni) e la debolezza morale si manifestano attraverso la paura di vedere Bouilhet sul suo letto di morte. Si è visto come il corpo di Alfred era stato, al contrario, vegliato, descritto nel dettaglio, quasi dissezionato dalla penna,[4] e soprattutto manipolato, toccato, poiché la vestizione dell’amato defunto era divenuta un rituale di riappropriazione fisica e simbolica dell’amico, che dopo il matrimonio aveva smesso di essere esclusivamente suo. Nel testo intimo dedicato a Louis, l’appropriazione passa unicamente attraverso le parole, quelle che indicano il possesso affettivo (« il mio povero Bouilhet ») e quelle che il poeta morto lascia di sé, e che si trovano a Croisset (« Tutti i suoi versi sono là, nella mia soffitta. Che amaro piacere sfogliare ancora un a volta i suoi quaderni ! »).
    Il rifiuto di vedere il cadavere dell’amico è senza dubbio dovuto anche a una sorta di volontà di negarne la morte, rifiuto che culmina nell’apostrofe finale, in cui l’autore si rivolge ancora direttamente, come in una lettera aperta, a colui che non può più rispondere. È proprio di un Bouilhet vivente che Flaubert intende conservare la memoria ; egli non voleva credere, durante la sua malattia, che la fine fosse ineluttabile, e anche dopo la morte continua a pensare che se i medici avessero usato meglio il loro « spirito di ricerca » si sarebbe potuta evitare.
    Questa volontà di negare a se stesso la dura realtà è svelata nelle lettere scritte da Flaubert, contemporanee alla malattia dell’amico. Egli resiste alla certezza dell’irreparabile ostentando un ottimismo di facciata. Ma Bouilhet, negli ultimi mesi della sua vita, al contrario si sforza a più riprese di convincere l’amico della gravità del suo male. Nonostante dunque Flaubert fosse apparentemente informato e preparato al triste avvenimento, la notizia lo coglie di sorpresa. Il suo testo registra contemporaneamente i piccoli dettagli realistici, che gli servono come distrazione dal dolore, e i movimenti lirici della sofferenza, del compianto.
    Bouilhet muore domenica 18 luglio ; Flaubert apprende la notizia il giorno successivo, a Parigi. Rientra a Croisset il giorno stesso ; il funerale ha luogo martedì 20 luglio. Dalla sera successiva, inizia a scrivere questo testo, che terminerà il giovedì. Come per le note dedicate ad Alfred, anche per questa necrologia privata egli necessita di due giorni, perché la prima sera, quando scrive del suo ritorno in treno e nomina Mantes, luogo dove aveva abitato Bouilhet, viene soffocato dall’emozione e non riesce più a continuare.
    Questo racconto a caldo ha certamente anche la funzione, per l’autore, di un’elaborazione del lutto, ottenuta attraverso la volontà di annotare ogni cosa per conservare un’immagine iperrealista di quei due giorni. Lo scrupolo di essere il più possibile esaustivo, di non tralasciare nulla perché nulla cada nell’oblio, rappresentano il tentativo inconscio di sondare l’evento traumatico fino all’ultimo dettaglio reale e interiore, per poi esaurirlo.
    La sera stessa della cerimonia funebre invia un biglietto alla Sand in cui, parafrasando le sue parole, le dice che sta per fare un tuffo nella disperazione, nella speranza di riuscire, successivamente, a risalire in superficie.[5] E il “tuffo” corrisponde appunto alla redazione del testo che qui viene presentato, sorta di “medicina” per questa personalissima terapia del dolore, che passa paradossalmente attraverso la sua intensificazione.
    Anche in questo caso, come già era avvenuto dopo la morte di Alfred, Maxime Du Camp è il destinatario di una lunga lettera (« Mio buon vecchio Max, sento il bisogno di scriverti una lunga lettera. Non so se ne avrò la forza, ci proverò »[6]) che in un certo senso sdoppia il testo che Flaubert scrive per se stesso. Tra le due lettere relative alla morte dei due amici più intimi esiste tuttavia una differenza che riguarda la cronologia, differenza che forse non è inutile rimarcare. Nel caso di Bouilhet, l’ordine tra la lettera a Du Camp e il testo scritto per sé è infatti invertito rispetto alla lettera e allo scritto successivi alla morte di Alfred.
    Il giorno dopo la morte di Alfred, infatti, Flaubert scrive subito a Du Camp, e nei giorni che seguono redige il testo autobiografico. Il primo gesto, in questo caso, consiste nel parlare dell’amico all’amico ; in un secondo tempo invece scrive solo per se stesso, vietando dunque l’accesso all’ “indicibile” a qualsiasi altro all’infuori di sé.
    Per Bouilhet, la sequenza è invertita ; viene sepolto il martedì 20, Flaubert scrive il suo testo intimo il mercoledì e il giovedì, e soltanto il venerdì prende la penna per scrivere a Du Camp. Bouilhet è una parte di lui stesso,[7] che necessita prima di tutto di una scrittura intima, e solo successivamente di una scrittura che ne renda “pubblica” la notizia della morte.
    D’altronde, altro fatto da sottolineare, Du Camp non rappresenta più per Flaubert, a quest’epoca, ciò che rappresentava nel 1848. Il « fidanzamento » della giovinezza si è trasformato ormai in abitudine, ed è passato attraverso numerosi scontri, divergenze di opinioni, rotture e riconciliazioni. Se egli pensa a Du Camp al termine di tutte queste giornate di lutto e dolore, è soltanto a titolo di ultimo sopravissuto di un’epoca, della quale la scomparsa di Bouilhet segna inevitabilmente la fine :  « mio vecchio Max, ormai “non ci sei che tu”, tu solo ! »[8]
    E a Du Camp l’autore non ha il coraggio, o forse non vuole, dire tutto ; questo tutto lo si scopre con stupore in questo testo inedito. Si viene a conoscenza, infatti, di ciò che nulla poteva lasciar supporre : l’allontamento reciproco di Flaubert e Bouilhet. Flaubert, in questo testo, denuncia infatti « un certo lato ottuso e provinciale » che si era sviluppato in lui negli ultimi anni, e riporta la condanna dell’amico nei suoi confronti, che gli rimproverava il suo mischiarsi (secondo Louis, compromettendosi) alla « mondanità e la vita di Parigi », che l’eremita di Croisset, anziché fuggire, accettava per ciò che erano. Si scopre inoltre il motivo della scomparsa della maggior parte delle lettere di Flaubert indirizzate a Bouilhet : è lui stesso che le ha distrutte, per pruderie.
    La perdita letteraria è irreparabile, ma si può comprendere che un uomo che si sapeva condannato alla morte non volesse lasciare in eredità al figlio adottivo, Philippe Leparfait, e alla compagna Léonie Leparfait un gran numero di lettere costellate di nomi di attrici e prostitute. Un’allusione ad Alfred, anch’egli incline agli “autodafè” intimi, lascia intendere che l’amico della giovinezza avesse riservato una sorte identica alle numerose lettere ricevute da Flaubert.
    Tutte queste confidenze, dolorose quasi quanto la morte stessa, non potevano essere fatte a Du Camp ; sono riservate soltanto all’autore stesso.
    Infine, avvicinando ancora una volta i due insiemi (le lettere a Du Camp e i testi autobiografici), si può notare un’ulteriore inversione ricca di significato.
    Nel racconto intimo sulla morte di Alfred, Flaubert rileva gli elementi che rimandano al piano del grottesco, mentre essi sono assenti nella lettera a Du Camp. Al contrario, è a lui che è riservato il « grottesco triste » che accompagna il funerale di Bouilhet, mentre non vi è nulla al riguardo nelle note personali. Il grottesco è circoscritto all’episodio della cocotte nel vagone del treno, ma nella casa del defunto, come anche al cimitero, il patetico, singolarmente, questa volta non si mescola al suo registro antitetico e complementare.
    Forse Flaubert, che scrive il suo testo intimo subito dopo la cerimonia funebre, è ancora troppo oppresso da sentimenti dolorosi per riuscire a prendere le distanze dall’emozione e a rilevare gli elementi grotteschi insiti nell’avvenimento. Gli serve ancora qualche giorno di tempo, e forse un destinatario (Du Camp) diverso da se stesso, con il quale sia lecito dare libero sfogo a questa sua capacità di cogliere il vero e il grottesco di ogni vicenda.
    È un testo di sofferenza, di pura emozione, di raccoglimento personale, e le esclamazioni finali danno la misura della perdita di colui che egli chiama, nelle lettere, la sua guida, il suo consigliere, una parte di sé, o in queste note intime, la sua bussola : « è una perdita, per me, irreparabile. – Ho sepolto ieri l’altro la mia coscienza letteraria, il mio giudizio, la mia bussola, – senza contare tutto il resto ! »[9]

    Dopo il lutto viene il tempo della commemorazione : Flaubert dedicherà molto tempo, nei dieci anni che ancora gli restano da vivere, alla difesa e alla divulgazione della memoria dell’amico. Nel gennaio del 1872 farà rappresentare Mademoiselle Aïssé, otterrà la pubblicazione delle Dernières chansons alle quali verrà aggiunta una sua lunga e mirabile prefazione, e scriverà una Lettre à la municipalité de Rouen, a cui seguiranno le pratiche per erigere un monumento a Bouilhet (di cui, disgraziatamente, non vedrà l’inaugurazione).
    Nelle note intime come nei gesti pubblici, gli uomini di quell’epoca sapevano rendere omaggio ai loro morti.




[1]. Gli scritti giovanili di Flaubert non vennero mai pubblicati in vita dallo scrittore, e uscirono dunque postumi. [N.d.t.]
[2]. L’espressione è presa a prestito dal titolo di un articolo di R. Kempf, Le double pupitre, “Cahiers du Chemin”, n. 7, octobre 1969, pp. 122-149, ripreso in Mœurs, etnologie et fiction, Seuil, Paris 1976, pp. 71 ss. Il sogno di trovare un partner nella scrittura risale addirittura all’infanzia di Flaubert. All’amichetto Ernest Chevalier un giovanissimo Flaubert di appena nove anni scrive, con grafia incerta e punteggiatura imprecisa : « Se vuoi che ci associamo per scrivere, io scriverò delle commedie e tu scriverai i tuoi sogni, e siccome c’è una signora che viene dal babbo e che ci racconta sempre delle sciocchezze, io le scriverò ». (lettera del 1° gennaio 1831). [N.d.T.]
[3]. A Jules Duplan, 29 luglio 1869.
[4]. Anche Madame Bovary sul letto di morte sarà analizzata in ogni dettaglio fisico dall’autore, la cui esigenza realista e iper-realista gli valse la celebre sentenza dell’autorevole Sainte-Beuve, il quale dichiarò che egli « usava la penna come altri il bisturi ». (Sainte-Beuve, Madame Bovary par Gustave Flaubert, in Causeries du lundi, Garnier, Paris 1853-62, T. XIII, p. 363). E molte edizioni di Madame Bovary sono accompagnate dalla celebre caricatura di Lemot che, nel 1869, raffigura Flaubert con grembiulone e attrezzi da anatomista che brandisce sulla punta del bisturi il cuore grondante di una Madame Bovary distesa sul tavolo di marmo. [N.d.T.]
[5]. Cfr. la lettera a George Sand del 20 luglio 1869.
[6]. La lettera a Du Camp è datata 23 luglio 1869, cinque giorni dopo la morte di Louis Bouilhet. [N.d.T.]
[7]. « Ho appena sepolto una parte di me stesso, un vecchio amico la cui perdita è irreparabile ! », scrive alla principessa Matilde il 20 luglio 1869.
[8]. A Maxime Du Camp, 23 luglio 1869.
[9]. A Frédéric Forvard, 22 luglio 1869.



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