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Premessa, ballo in onore dello Zar

Chiara PASETTI

    « L’anno 1866 ha rappresentato lo scontro dei popoli, l’anno 1867 sarà il loro incontro. »[1]
    Il 1° aprile 1867 si apre a Parigi la terza Esposizione Universale, e la seconda che la città organizza e che accoglierà ancora per undici volte, fino alla fine del secolo. L’Esposizione è allo stesso tempo mercato di scambio internazionale e fiera delle vanità nazionali, kermesse del progresso scientifico, salone di architettura e di curiosità. È la torre Eiffel nel 1889, il Grand e il Petit Palais nel 1900. Quell’anno, ci sono i primi ascensori e i bateaux-mouches. Per otto mesi, Parigi è vetrina della Francia e crocevia dell’Europa. In una voluminosa serie di opere edite per l’occasione, esce Paris-guide, il cui scopo è accompagnare i circa sei milioni di visitatori che si accalcano all’Esposizione ; tutti gli intellettuali che contano nel paese – storici, filosofi, romanzieri – sono riuniti per celebrare una Parig i immortale e in continua evoluzione. Victor Hugo ne redige la prefazione. Dal suo esilio, il poeta invita i popoli a ritrovarsi in questa Parigi del 1867, anno zero di un’Europa riunita e pacificata.
    Napoleone III deve aver certo intravisto l’opportunità che gli era offerta, approfittando dei fasti dell’Esposizione, per giocare la sua partita diplomatica con le grandi potenze vicine, e per ridare lustro a un blasone francese particolarmente appannato al di fuori dei confini. Se veramente si sta disegnando una nuova Europa, le questioni di unificazione si pongono ancor più in primo piano. In questi dibattiti, Parigi resta ai margini e la pace non è una promessa da parte di nessuna delle parti coinvolte. Si è ancora al tempo dello « scontro dei popoli », e la Francia ha il dovere di far dimenticare le sue sconfitte e i suoi errori in materia di politica estera.
    La pusillanimità di cui ha dato prova Napoleone III durante la campagna e l’unificazione italiana, in cui ha preferito non alienarsi l’Austria e non inimicarsi la Prussia, è avvertita come un tradimento. A questo si aggiunge la sua incapacità di risolvere la questione romana (capitale dell’impero napoleonico, Roma viene occupata dalle truppe francesi ; città italiana, è reclamata dal Piemonte ; seggio pontificio, Pio IX ne esige indipendenza e protezione). Ciò gli valse sfiducia da ogni parte, comprese le fila dei parlamentari cattolici francesi.
    Bisogna anche scendere a patti con l’emergere di un regno prussiano super-potente, sottomesso agli ideali pangermanistici e bellicosi di Bismarck, il quale ha fuso venti stati nord-europei nella confederazione germanica attorno a re Guglielmo. Ciò sminuisce ancor di più l’egemonia dell’Austria, fino a quel momento intoccabile, ma alla quale l’esercito di Bismarck, divenuto prima forza militare mondiale, ha inflitto una sconfitta cocente. Anche in quel caso l’attitudine di Napoleone fu ambigua : egli sperava di vedere il nemico prussiano indebolire l’alleato austriaco, che la Francia avrebbe rimpiazzato alla testa di una coalizione degli stati del sud e del centro Europa.
    Tardivamente, Napoleone offre a Bismarck la neutralità di Parigi nel conflitto austro-prussiano, in cambio della riva sinistra del Reno. Poi propone alle due nazioni un trattato di pace nella speranza di ottenere il controllo del Belgio e del Lussemburgo. La pace viene siglata fra Prussia e Austria senza che Bismarck conceda alcunché alle esigenze dell’Imperatore. Ed è verso l’Alsazia e la Lorena che egli guarda in quel momento, pienamente consapevole che in caso di attacco la Francia sarebbe militarmente incapace della benché minima risposta.
    Infine, c’è l’imbroglio messicano, che mette la Francia ancora una volta ai ferri corti con l’Austria. Inizialmente spalleggiato dai britannici e dagli spagnoli, per altro ben presto in disaccordo con le ambizioni colonialiste del sovrano francese, Napoleone III aveva lanciato una spedizione oltremare per stabilirvi un « Impero Latino d’America ». Il Messico è laboriosamente conquistato da un’armata francese mal preparata, ma che può contare su un non intervento degli Stati Uniti, all’epoca dilaniati dalla guerra civile. Per compiacere l’Austria, il trono messicano viene offerto al fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, Massimiliano. Ma, temendo un’invasione prussiana sul suolo francese, Napoleone richiama il suo esercito e rompe così l’impegno di proteggere Massimiliano, abbandonandolo ai guerriglieri del destituito presidente Benito Juare z.
    Di fatto, la situazione diplomatica fa presagire meno l’Europa del XX secolo sognata da Hugo che non il disastro del 1870. Tre anni prima, sembra che tutto sia già sistemato, che i giochi siano fatti.
    Rimane la Russia, la nazione più neutrale, o meglio la più ben disposta nei confronti della Francia, malgrado i fantasmi della guerra di Crimea e l’asilo offerto ai polacchi che fuggivano dalle repressioni zariste.
    All’inizio del mese di giugno del 1867, Napoleone III fa dello zar Alessandro II l’invitato d’onore dell’Esposizione di Parigi. Ai due imperatori si aggiungono un re, Guglielmo I di Prussia, e l’inevitabile Bismarck. Il fasto protocollare dissimula ben poco le vere ragioni di queste giornate festose. Di giorno, le delegazioni ufficiali vengono condotte attraverso una Parigi trionfante di storia e di modernità, nella capitale chic dei ristoranti e degli ippodromi. E la sera, applaudito Offenbach e fischiato Verdi, quasi a prolungare la visita alle curiosità esibite negli stand dell’Esposizione, nelle gallerie delle Tuileries si ammira ciò che la Francia può offrire di meglio in fatto di grandi nomi dell’aristocrazia delle arti e delle lettere.
    Quanto al resto, non si sa bene “chi guardi chi”, né se gli uomini di guerra e di Stato presenti siano invitati per constatare la buona salute culturale del paese, o se gli intellettuali non siano là per testimoniare l’ascendente diplomatico di un governo sempre più contestato all’interno del paese…
    Fra questi artisti lusingati dall’onore offerto, e senza dubbio affatto vittime della loro funzione decorativa, si trova Gustave Flaubert.
    « Essendo i sovrani desiderosi di vedermi come una delle più ragguardevoli curiosità di Francia, sono invitato a passare la serata con loro lunedì prossimo », scrive alla nipote Caroline il 7 giugno 1867.
    La funzione di cortigiano mal s’accorda con la tradizione che ha attribuito a Flaubert i tratti a volte grossolani dell’eremita di Croisset, dell’« orso », come lui stesso amava definirsi, restio a onori e mondanità. Ma è anche uno dei paradossi, delle mille contraddizioni dell’uomo, scrittore riservato e laborioso, geloso della sua solitudine e fruitore saltuario della vita parigina : sul revers della sua giacca era stata appuntata, da nemmeno un anno, la stella a cinque punte della Legione d’onore, la stessa che riceverà il farmacista Homais alla fine di Madame Bovary, segno del trionfo della mediocrità borghese, emblema di coloro che nella vita mirano solo a una « posizione » da esibire e dietro alla quale proteggersi.
    La carriera mondana di Flaubert precede addirittura quella di scrittore “pubblicato”, di uomo pubblico. Arrivato a Parigi nel 1843 per studiare legge, viene spinto, da Alfred Le Poittevin che ne torna, a frequentare l’atelier di James Pradier, uno degli scultori più popolari della II Repubblica.
    Secondo Le Poittevin l’interesse è duplice : allacciare delle relazioni e procurarsi un’amante.[2] Quando Flaubert incontra Pradier nel 1846 lo scopo è dunque raggiunto, perché qui conosce anche Louise Colet, di qualche anno più matura di lui, donna di mondo, amica e amante di molti scrittori e artisti di quel periodo ; la Colet sarà sua musa ed amante per molti anni. A lei sono indirizzate lettere fondamentali (scritte soprattutto negli anni di Madame Bovary) sulla sua concezione dell’arte, ma anche sull’angoscia e sulle difficoltà che la scrittura comporta.
    Oltre alla pubblicità legata al processo, la pubblicazione di Madame Bovary vale al suo autore il riconoscimento dei colleghi (Hugo, Sand), degli amici (Gautier, i fratelli Goncourt), dei sostenitori (Sainte-Beuve). Presso le corti imperiali, lo scrittore ha i suoi ammiratori e i suoi difensori : il sovrintendente alle belle arti, Nieuwerkerke, per altro amante della principessa Matilde, la principessa di Beauvau, l’imperatrice stessa. Nel 1862, Salammbô gli dà una celebrità ancor più eclatante. Al ristorante Magny si organizzano cene che riuniscono, attorno a Sainte-Beuve e al disegnatore Gavarni, Jules e Edmond de Goncourt, Hyppolite Taine, Théophile Gautier, George Sand. Flaubert è ospite occasionale.
    Il 21 gennaio 1863 la principessa Matilde invita personalmente Flaubert a cena in compagnia degli inevitabili Goncourt e Sainte-Beuve, il quale fa da intermediario per quest’incontro. Da quel momento Flaubert diventa un invitato regolare della principessa, negli appartamenti di rue de Courcelles o nella villa di Saint-Gratien, a nord di Parigi. All’inizio del novembre 1864 è Napoleone III stesso che propone allo scrittore un soggiorno nella residenza imperiale di Compiègne.
    Tra la principessa Matilde e Flaubert nacquero dei sentimenti sinceri e duraturi, che i maligni naturalmente hanno interpretato come un affetto più ambiguo. Inoltre, Edmond de Goncourt azzarda che la principessa si servirebbe di Flaubert per stornare le chiacchiere circa i suoi supposti amori con i due fratelli.
    La principessa, che dipinge, fa inviare uno dei suoi acquerelli a Croisset ed è verosimile che proprio lei sia all’origine della nomina di Flaubert all’ordine della Legione d’Onore – ancora una volta per il tramite di Sainte-Beuve. Da parte sua lo scrittore le accorda il suo sostegno fin dopo la caduta dell’impero, andando a visitarla durante il suo esilio a Bruxelles, nel 1871.
    Sarebbe comunque davvero difficile trovare fra gli scritti di Flaubert una condanna diretta del secondo Impero. Chiacchierone tonante e intransigente in fatto di arte e di idee, lo scrittore si è sempre mantenuto in una prudente riserva rispetto alla cosa politica. Diffidente di fronte al suffragio universale, sospettoso quanto agli ideali democratici che non devono condurre ad altro che a « elevare il proletario al livello di stupidità del borghese »,[3] alla fine ha riservato la sua collera solo ai censori di qualsiasi sponda, e poi più tardi ai sostenitori di una Terza Repubblica nata nella codardia e nel sangue.
    Flaubert cresce sotto Napoleone III, senza dimostrare tuttavia più compiacimento di altri, ben più preoccupato della sua tranquillità di spirito, della sua indipendenza di scrittore, senza essere né coinvolto né totalmente sordo agli affari del tempo. Gli ori dell’impero non lo disturbano e non lo compromettono ; insomma, Flaubert rimane molto distante dallo scrittore ufficiale. Ai tempi di Hugo sarebbe stato definito codardo, ai tempi di Feuillet sovversivo.
    Dalle Tuileries ritorna come da Compiègne, divertito e affascinato. Il fasto lo seduce di per sé, niente di più. « Era davvero stupendo »,[4] scrive alla Sand, Ma l’ospite della cerimonia, lo Zar, non gli lascia che un’impressione mitigata, o addirittura sgradevole : « Lo zar di Russia mi ha profondamente deluso. L’ho trovato cafone ».[5]
    La relazione più dettagliata della sua presenza al ballo dell’imperatore (fatta eccezione, ovviamente, per le pagine inedite che sono state ritrovate e qui di seguito presentiamo) è indirizzata a Jules Duplan, amico e principale informatore per il romanzo che sta scrivendo in quel momento : « Non ho rimpianto il mio viaggio. Mi sono molto divertito alle Tuileries. Ne ho tratto degli studi interessanti, vecchio mio ». E più avanti : « C’erano delle donnine graziose, l’altro giorno, alle Tuileries. Il tuo gigante [Flaubert stesso] ha fatto il cortese con le dame, è stato ripugnante e Pompadour, senza perdere di vista la Letteratura, perché io incollavo tutto quello che vedevo e sentivo in un angolo della mia memoria, per servirmene al momento opportuno ».[6]
    La Littérature è allora interamente concentrata nella redazione de L’Éducation sentimentale, che completa e fa uscire due anni più tardi.
    Ma non è a L’Éducation sentimentale che Flaubert pensa facendo questi « studi interessanti » alle Tuileries, anche perché quest’opera è ormai troppo avanzata perché egli possa modificare o completare le parti già scritte. Senza dubbio si tratta del suo progetto di romanzo sulla società del Secondo Impero.[7] Da allora, il progetto si materializzerà soltanto anni dopo in un abbozzo scritto nei suoi quaderni, ma come altri rimarrà senza seguito.[8] Questo romanzo sul Secondo Impero, evidentemente, non ha mai davvero convinto l’autore e fatto breccia nel suo spirito ; egli ci pensò in maniera discontinua, nei momenti di pausa tra una creazione e l’altra, ma non si risolse mai a realizzarlo.
    In queste pagine possiamo dunque leggere il racconto del ballo in onore dello Zar, scorgere i dettagli e i gli « studi interessanti » che Flaubert collezionava per le sue opere future. La scrittura dell’autore, in queste pagine, non è né quella di un giornalista né quella di chi redige un diario. Si è più vicini, qui, allo schizzo, a uno stile asciutto ; le immagini, brevi, sono costruite in sintagmi corti, che si susseguono, ma senza scrupolo di costruzione. Sono ricordi essenziali, destinati ad essere completati da ciò che la memoria ha conservato. È un occhio al lavoro che osserva, che circoscrive e discerne il piccolo nel grande, e viceversa, senza dimenticare di includere anche se stesso in ciò che vede, nel mondo in cui si muove. È lo scrittore attento ai piccoli fatti, che segue la sua inclinazione al vero, come del resto avviene in ogni sua creazione. Non può non venire in mente la celebre dichiarazione alla Colet di tanti anni prima, in cui egli stesso, parlando di sé, si descrive come un uomo che « scava e fruga il vero quanto più può, che ama mettere in vista il fatto minuto altrettanto potentemente che il grande, che vorrebbe farvi sentire quasi materialmente le cose che riproduce ; a costui piace ridere e si diletta nelle animalità dell’uomo ».[9]

    Come per gli altri inediti qui riuniti, è a Caroline Franklin Grout che dobbiamo questo testo, riprodotto di suo pugno da un manoscritto dello zio.




[1]. V. Hugo, Paris [Préface di Paris-guide], éd. Y. Gohin, in Œuvres Complètes, (« Politique »), R. Laffont, coll. « Bouquins », 1985, réed. 2002, p. 37.
[2]. Si vedano le lettere di Alfred Le Poittevin a Flaubert dell’8 dicembre 1842 e 26 novembre 1843, in Correspondance, ed. Yvan Leclerc, cit., rispettivamente p. 67 e p. 81.
[3]. A George Sand, 7 ottobre 1871.
[4]. A George Sand, 17 giugno 1867, in Epistolario Flaubert-Sand : 1863-1869, a cura di Bruna Donatelli, “I Quaderni di Igitur”, Nuova Arnica, Roma 1990, p. 124. N.d.t.
[5]. Ivi.
[6]. A Jules Duplan, 12 giugno 1867.
[7]. Si veda la nota 5 di Jean Bruneau alla lettera a Duplan succitata (in Correspondance, t. III, p. 1477).
[8]. La prima che si è interessata a questo insieme di soggetti e canovacci mai sviluppati e li ha pubblicati è stata M.-J. Durry, in Flaubert et ses projets inédits, Nizet, Paris 1950. Si veda anche Flaubert, Carnets de travail, éd. P.-M. de Biasi, Balland, Paris 1988.
[9]. A Louise Colet, 16 gennaio 1852. N.d.t



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