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Premessa - I funerali del dottor Mathurin

Chiara PASETTI

    Il 30 agosto 1839 Flaubert termina un racconto « bacchico, abbastanza spassoso »,[1] che dedica e regala, come Agonie e le Memorie di un pazzo, al suo amico Alfred Le Poittevin. Questo racconto, I Funerali del Dottor Mathurin, è l’ultimo scritto da Flaubert prima di un lungo silenzio, che si interromperà tre anni dopo con Novembre. Dal punto di vista dell’abilità narrativa del giovane scrittore, questo testo è senza dubbio molto più maturo dei precedenti, tanto che Bruneau lo definisce, sia per lo stile che per la composizione, « il capolavoro della giovinezza di Flaubert »[2] (Novembre a parte).
    Flaubert dopo l’estate comincerà lo studio della filosofia, sotto la guida del professor Mallet, discepolo di Victor Cousin, ed è interessante che questo lavoro, scritto appunto prima dell’inizio della scuola, sia ancora una volta un racconto filosofico (e sia dedicato al suo amico filosofo).
    I Funerali del Dottor Mathurin riassume, su un letto di morte, tutta la filosofia scettica e cinica dell’allievo che ha appena terminato la sua Retorica. L’anno precedente, il 15 giugno 1838, Flaubert ha scritto un altro « racconto bacchico » intitolato Ebbro e morto : due amici fanno una gara a chi berrà di più fino all’« agonia ebbra e disperata ». Questi due racconti sono scritti sotto l’influenza di Rabelais (uno dei libri della biblioteca di Mathurin) al quale Flaubert nel 1838 consacra una « dissertazione ».
    È proprio la lettura rabelaisiana del mondo che costituisce il fondo della filosofia epicurea e scettica del dottor Mathurin, il cui cadavere è salutato da un « inno al vino, alla natura, alla felicità, alla morte ». Al pari del dottor Rabelais, il dottor Mathurin, medico-filosofo nei cui confronti l’autore mostra una viva simpatia, e al quale attribuisce molte caratteristiche personali, è « un sapiente fra i sapienti, in tutte le scienze possibili » : ciò che bisogna diventare per scrivere, nel progetto flaubertiano. Una frase dello studio su Rabelais anticipa la situazione di questo racconto, scritto un anno più tardi : « Ciò che esisteva gli faceva pietà, e, per usare un’espressione grossolana, il mondo era una farsa. E lui lo ha volto in farsa ».
    Il pretesto del racconto, l’elogio del vino e dell’ebbrezza, non è che lo spunto per raccontare le inquietudini filosofiche ed esistenziali dell’autore. I Funerali si presentano come una sorta di testamento spirituale, o di dichiarazione d’intenti, di Flaubert, il quale ha deciso di « assumere una parte attiva nel mondo » soltanto come « pensatore e demoralizzatore ».[3]
    Si parla di moralismo, di religione, dell’entusiasmo degli uomini per la filantropia e l’educazione (ovviamente irrise da Mathurin-Flaubert), di credenze consolidate, di luoghi comuni, di metafisica, di anima, di libertà, del dovere, del desiderio dell’uomo di abbracciare l’infinito. Si filosofeggia, si ridicolizza, si dissacra, si analizza, si riflette, si beve, si svilisce, si ribeve, si smonta l’umanità e la sua superbia, e con una tecnica nuova : ogni problema introdotto da Mathurin, o dai discepoli, sotto forma di domande, viene sviscerato con argomenti seri e corrosivi, ma al contempo eluso e grottescamente ridicolizzato da discorsi non pertinenti, esclamazioni sul vino e sulle bottiglie da bere, smorfie e risa.
    Queste pagine presentano essenzialmente il monologo di un maestro ai suoi due discepoli : situazione socratica in cui si sono trovati Flaubert e l’amico Ernest Chevalier, nei confronti del più anziano Alfred Le Poittevin. A Ernest, che frequenta Alfred a Parigi, Gustave scrive il suo sogno di riformare la « bella trinità » degli amici : « Passeremo dei bei momenti, tutti e tre a filosofare e a pantagruelizzare ».[4] Ed è questo trio riunito sotto il segno di Rabelais e del vino che egli mette in scena in questo racconto.




[1] A Ernest Chevalier, 13 settembre 1839.
[2] J. Bruneau, Les Débuts littéraires…, cit., p. 187. N.d.t.
[3] « Se mai assumerò una parte attiva nel mondo, sarà come pensatore e come demoralizzatore ». A Ernest Chevalier, 24 febbraio 1839. N.d.t.
[4] A Ernest Chevalier, 30 novembre 1838



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